Anche se non diventeranno contadini o pastori – Cinque domande per Michele Trentini
"Piccola Terra" di Michele Trentini, 2012

Michele Trentini è laureato in sociologia presso l’Università di Dresda e si è occupato di antropologia visuale presso il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina, realizzando i film monografici del progetto Carnival King of Europe, svolgendo ricerche per l’Archivio Provinciale della Tradizione Orale e curando Eurorama”, sezione di cinema etnografico del Trento Film Festival. Come documentarista indipendente ha realizzato diversi film, tra i quali Furriadroxus” (2005, Miglior Documentario Festival Arcipelago Roma), Cheyenne, trent’anni” (2009, Premio Libero Bizzarri), “Il canto scaltro” (2009, Premio Nigra Antropologia Visiva), Carnival King of Europe(2009, Grand Prize Academic Film Competition Kyoto), Piccola Terra” (2012 Miglior Documentario Italiano a Cinemambiente), Contadini di montagna” (2015, Premio Touring Club al Trento Film Festival e Premio Vanga d’Oro a Corto e fieno. Festival del Cinema Rurale), Ritratti in malga” (Premio Valsusa Film Fest 2017). Collabora con il Corso di Laurea in Scienze del Paesaggio dell’Università di Padova. Con la serie di documentari dedicati all’uomo e al paesaggio alpino nel 2020 ha ricevuto la Menzione Speciale della Giuria al Premio Fare Paesaggio”.

DVIn questo passaggio stretto verso il domani molti ragazzi fermi al bivio si chiedono quale strada scegliere. Come hai scoperto la tua passione? L’amore per il cinema è andato di pari passo con l’interesse per il territorio o uno dei due aspetti ha preceduto l’altro? Che cosa potresti suggerire a un giovane seriamente intenzionato a smarcarsi dall’inesperienza?

MT – Un interesse speciale per il territorio credo di averlo avuto fin da ragazzo; ricordo che non appena ho preso la patente ho cominciato ad avventurarmi in alcune delle valli che non conoscevo, camminando e curiosando nei paesi e lungo i sentieri; qualche anno più tardi sono andato a lavorare in malga, un’esperienza tosta, che mi ha forgiato. Durante gli studi in sociologia, all’Università di Dresda, ho scoperto che quello che mi riusciva meglio era osservare e descrivere la realtà attraverso le immagini. Così mi sono avvicinato alla macchina fotografica, raccontando la quotidianità di una piccola comunità ecologista nella Sassonia più rurale. Tornato in Italia mi sono proposto a due istituti di ricerca etnografica e ho trovato il modo di mettermi alla prova raccontando con la videocamera alcuni microcosmi della Sardegna e del Trentino. Ero affascinato dai film di Vittorio De Seta e dal suo modo di lavorare con una piccola troupe, tra cinema documentario e antropologia. C’è poco da fare, le tue passioni, le tue attitudini, se riesci a metterle a fuoco, dovresti assecondarle quanto meno per vedere in che direzione ti portano. La cosa non è affatto scontata.

DVIl mondo agricolo richiede un’adesione totale, questo è il messaggio che rilevo principalmente nella tua produzione cinematografica. Le persone al centro dei tuoi film scelgono la campagna come vocazione al lavoro, che costituisce un elemento identitario e un sodalizio sociale. Il lavoro è vita per chi ha un’attività agricola. Ritieni che un’etica così forte nella sua essenzialità saprà coinvolgere le nuove generazioni riportandole alla terra e alla misura della sopravvivenza?

MT – Sinceramente non lo so e il discorso è piuttosto complesso. Ho sempre cercato di non idealizzare il mondo agricolo o contadino, mettendomi in ascolto e facendo emergere anche le contraddizioni che emergono dalle persone, dal loro stile di vita o dalle comunità in cui vivono. Le difficoltà danno maggior valore ad alcune scelte, condivisibili o meno, in un mondo che sembra andare da tutt’altra parte. Ecco, la cosa più difficile è non risultare retorici e non ingannare lo spettatore. L’adesione totale al mondo agricolo, quella di cui parli, nasconde spesso scelte sofferte, luci e ombre, e richiede quantomeno una predisposizione ad un tipo di vita che non è per tutti. Non bisogna dimenticare il fatto che l’emancipazione da alcune fatiche, così come da certi ambienti geografici e socioculturali è stata anche una conquista. In ogni caso sono convinto che l’essenzialità di cui parli, che è poi quella di alcuni gesti, di alcuni prodotti, di alcuni paesaggi, oggi sia merce rara e quando viene raccontata può rimanere impressa positivamente nella mente di alcuni giovani, contribuendo in modo significativo a formare il loro sguardo sul mondo, anche se non diventeranno contadini o pastori. Un certo tipo di cinema può essere utile anche in questo senso.

DVL’incontro fra la presa diretta e l’immagine di repertorio è il punto in cui, a mio parere, il tuo far cinema ha la più efficace ricaduta. Un’operazione artistica di questo genere richiede una ricerca molto onerosa da intraprendere sia in ambito filologico sia in diretta sul campo. Potresti raccontare del tuo metodo di approccio e di studio sul reale?

MT – In alcuni dei miei lavori la presenza di sequenze tratte da pellicole datate nasce dal fatto che sono rimasto affascinato da alcuni cortometraggi poco noti e girati proprio nei luoghi in cui intendevo filmare. La visione di uno di questi mi è stata consigliata, altri li conoscevo già. La particolarità sta probabilmente nel fatto di utilizzare le immagini tratte da un singolo film, all’interno del montaggio. Trovo efficace accostare immagini nuove e immagini del passato, perché in alcuni casi possono comunicare continuità, altre volte evidenziano una rottura o un cortocircuito che può generare in chi guarda sensazioni inattese e poco scontate. In “Piccola terra” le sequenze in pellicola che mostrano una coppia di anziani contadini , obbligati dalle contingenze a svolgere un duro lavoro (“Fazzoletti di terra” di Giuseppe Taffarel, 1963), sono accostate a quelle di un uomo di origini marocchine che svolge azioni simili, ma con motivazioni assai diverse. In “Contadini di montagna” le immagini di atomizzatori che irroravano i vigneti con sostanze chimiche nocive, salutati con entusiasmo dalla voce fuori campo (“Uva sulla montagna” di Giuseppe Šebesta, 1966), sono accostate a quelle in cui due generazioni di contadini discutono sull’opportunità di coltivare in modo biologico. In “Alta scuola” le immagini in bianco e nero di uno scolaro che viene punito da una severa maestra (“Legna viva” di Giuseppe Šebesta, 1963), sono accostate a quelle a colori di bambini e insegnanti che vivono un’esperienza scolastica meno rigida e più spensierata. Anche il confronto tra due diversi approcci nel fare film documentari può provocare uno spaesamento fruttuoso in chi guarda. Per il resto, cerco il più possibile di ascoltare le persone che filmo, anche a lungo, senza condizionarle con troppe domande o con la fretta. Ciò è possibile solamente quando c’è sintonia con chi collabora con me.

DVNelle tue opere l’ambiente è umano e naturale allo stesso tempo. Sembra che le tue scelte nel narrare le esperienze emotive e le trasformazioni geografiche facciano parte di uno studio analitico più diffuso e di una visione più ampia. L’area alpina dolomitica è per te un quadrato sperimentale in cui raccogli dati umani che hanno un carattere universale?

MT – L’ambiente in cui siamo immersi e che ci circonda è quasi sempre umano e naturale allo stesso tempo. L’uomo tende a saturarlo con i suoi manufatti, con le sue infrastrutture o con la sua presenza. Non mi riferisco solo all’ambiente urbano, dove ciò è del tutto evidente, ma anche ad un certo tipo di agricoltura e ad un certo tipo di turismo che tendono ad espandersi e ad occupare sempre più spazio, in maniera omologante. Fino ad ora ho sempre raccontato storie in cui l’uomo cerca di vivere in equilibrio con quanto lo circonda, con il regno animale e con quello vegetale, spesso provando a mettere in discussione le proprie scelte. L’area alpina è quella in cui mi sento più a casa, in cui mi è più facile muovermi. Offre e nasconde tante sfacettature per cogliere le quali credo sia importante anche spaesarsi e farsi sorprendere da contesti che a volte diamo per scontati. Mi sta sempre più a cuore una riflessione sul paesaggio, che dovrebbe rappresentare una priorità per l’uomo, prima ancora che l’andare su Marte.

DVCome s’inserisce nella tua ricerca la didattica? Quali effetti sta avendo il distacco forzato dall’ambiente sociale sulla tua doppia vita di documentarista e di educatore? E infine in quali forme e per quali vie è lecito fare cinema durante questo segmento di tempo separato?

MT – Insegno in una scuola primaria e collaboro con l’Università di Padova, per un corso di “Landscape video-making”. Credo di aver scelto di lavorare con i bambini soprattutto per l’energia che sprigionano, perché spesso ti contagiano con il loro entusiasmo. È un lavoro che ti permette di veicolare i valori in cui credi. Tutto ciò è stato molto più sterile nel periodo di didattica a distanza.

Il discorso vale anche per l’insegnamento con i giovani universitari, anche se si concentra in minor tempo; la varietà degli argomenti e degli approcci che emergono dai loro progetti filmici rappresenta una preziosa finestra sulla realtà contemporanea. Per tutto ciò mi auguro che il corso previsto nella primavera possa svolgersi in presenza. Questo strano periodo ha portato tutti noi, chi più chi meno, a fare esperienze a dir poco inconsuete e ha mutato il contesto sociale in cui viviamo. Grazie a internet mi è stato possibile portare a termine assieme ad un collega che abita in un’altra regione, il montaggio di un documentario promosso dalla Scuola per il Governo del Territorio e del Paesaggio. Oppure mi è capitato di vedere film che hanno partecipato a festival che solitamente mi è difficile frequentare. Tuttavia questo confluire degli eventi e dei prodotti culturali in rete e il poter usufruirne solo attraverso i monitor di casa ha accentuato in me l’esigenza di pensare a un cinema che si discosti dal ritmo spesso troppo sostenuto delle migliaia di immagini in movimento che imperversano sul web; l’esigenza di ridurre ulteriormente all’essenziale immagini, suoni e montaggio. Senza fretta.

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Una risposta

  1. Fascino. Insuflazione di fascino per un mondo antico e non, per la natura e tutto quanto ci può stare attaccato, a seconda del momento storico, umano, personale, di bucolico ma anche di aspro e scomodo, di coerente e di incoerente, di lento o di bloccato, di fondamentale e di non fondamentale. Il tutto, fortunatamente, non condito da retorica maleodorante.

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